Per più di tre secoli, nel cuore di Roma, una parte della città fu chiusa da mura e portoni che si aprivano al mattino e si serravano la sera. Era il Ghetto di Roma, il quartiere in cui la comunità ebraica romana fu costretta a vivere a partire dal 1555.

Del Ghetto originario oggi resta molto poco, eppure i romani continuano a chiamare così la zona in cui si estendeva. Ripercorrerne la storia significa attraversare cinque secoli di vita della città, tra segregazione, emancipazione, tragedia e rinascita.

Quando nasce il Ghetto di Roma?

Il Ghetto di Roma nasce nel luglio del 1555, quando papa Paolo IV, al secolo Giovanni Pietro Carafa, emana la bolla Cum nimis absurdum. Con questo atto, a soli due mesi dalla sua elezione, il pontefice revoca i diritti concessi fino ad allora agli ebrei romani e ordina l’istituzione del quartiere chiuso.

All’epoca la comunità contava circa duemila persone, presenti a Roma da prima dell’era cristiana. Il nuovo quartiere fu chiamato anche “serraglio degli ebrei”.

È uno dei ghetti più antichi d’Europa: lo precede soltanto quello di Venezia, istituito nel 1516.

Dove si trovava il Ghetto di Roma?

Il Ghetto di Roma sorgeva nel rione Sant’Angelo, accanto al Teatro di Marcello, in un’area compresa grosso modo tra le attuali via del Portico d’Ottavia, Lungotevere dei Cenci, via del Progresso e via di Santa Maria del Pianto.

Non fu una scelta casuale. Già dal XIII secolo molti ebrei si erano stabiliti in questo rione, attratti dalla sua vocazione artigiana e commerciale. Ma la zona, a ridosso del Tevere, era malsana e soggetta di continuo alle esondazioni del fiume.

Com’era la vita nel Ghetto di Roma?

La vita nel Ghetto di Roma era segnata dalla chiusura. Il quartiere era circondato da mura con portoni chiusi di notte: all’inizio erano tre, ma con l’aumento della popolazione l’area fu ampliata più volte, fino ad avere cinque portoni nel Settecento.

Lo spazio restava comunque insufficiente. Gli abitanti, destinati a salire fino a circa cinquemila nell’Ottocento, vivevano in edifici sempre più alti, stretti tra vicoli e cortili.

Le attività consentite erano poche: soprattutto il prestito di denaro e il commercio di oggetti usati, in particolare di tessuti, che si svolgevano intorno all’antica piazza Giudea. Per disposizione papale, inoltre, un unico edificio doveva riunire le sinagoghe delle diverse tradizioni presenti a Roma: le Cinque Scole.

Il Ghetto di Roma tra Rivoluzione francese e Napoleone

Per quasi tre secoli il Ghetto di Roma rimase sotto il controllo del papato, con brevi parentesi. La prima arrivò con la Repubblica Romana del 1798-99.

Una seconda pausa coincise con il periodo napoleonico, tra il 1808 e il 1815. Furono però libertà di breve durata: nel 1814, con il ritorno definitivo di papa Pio VII, gli ebrei furono di nuovo rinchiusi nel ghetto.

1848: cadono le mura del Ghetto di Roma

Il primo segnale di cambiamento arrivò con Pio IX. Nel 1847 il pontefice autorizzò gli ebrei ad abitare fuori dal ghetto e il 17 aprile 1848 ordinò di abbattere il muro che lo circondava.

Anche questa apertura, però, non si tradusse in una piena libertà. Dopo l’esperienza della Repubblica Romana del 1849, Pio IX emanò nuove leggi restrittive nei confronti della comunità, limitando anche la libertà di movimento degli ebrei in città.

1870: la fine del Ghetto di Roma

La svolta decisiva arrivò il 20 settembre 1870, con la presa di Roma e la fine dello Stato Pontificio. Fu un ufficiale ebreo piemontese, Giacomo Segre, a comandare la batteria di cannoni che aprì la breccia di Porta Pia.

Con l’annessione di Roma al Regno d’Italia arrivò per gli ebrei romani la liberazione definitiva. L’obbligo di risiedere nel ghetto, ormai di fatto non più applicato, fu abolito formalmente nel 1882.

La demolizione del Ghetto di Roma e il Tempio Maggiore

Con Roma capitale, il vecchio quartiere fu considerato fatiscente e privo di servizi igienici. In base al nuovo piano regolatore, gran parte delle antiche stradine e degli edifici del Ghetto di Roma fu demolita a partire dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento.

Al loro posto nacquero tre nuove strade: via del Portico d’Ottavia, che prese il posto della vecchia via della Pescheria, via Catalana e via del Tempio. Nel 1910, con l’abbattimento dell’edificio delle Cinque Scole, il risanamento si concluse.

Sull’area liberata dalle demolizioni, acquistata dalla Comunità ebraica nel 1897, sorse il Tempio Maggiore, inaugurato nel 1904. Con la sua cupola quadrata, visibile da molti punti della città, la Sinagoga di Roma divenne il simbolo della cittadinanza riconquistata.

16 ottobre 1943: il rastrellamento del Ghetto di Roma

La pagina più buia della storia del quartiere arrivò durante l’occupazione nazista. All’alba di sabato 16 ottobre 1943, le truppe tedesche, con la collaborazione dei fascisti, circondarono il Ghetto di Roma e altri quartieri della città.

Furono prelevate 1.259 persone, tra cui 207 bambini. Dopo il rilascio di una parte di loro, il 18 ottobre 1.023 ebrei romani furono caricati su un convoglio alla stazione Tiburtina, diretto ad Auschwitz-Birkenau.

Soltanto 16 di loro tornarono a casa: 15 uomini e una sola donna, Settimia Spizzichino. Quel giorno è ricordato come il “sabato nero”, e una lapide al Tempio Maggiore ne custodisce la memoria.

Il Ghetto di Roma dal dopoguerra a oggi

Anche nel dopoguerra la storia del quartiere ha conosciuto momenti difficili. Il 9 ottobre 1982 un attentato colpì la Sinagoga, lasciando un segno profondo nella comunità e nella città.

Pochi anni dopo, il 13 aprile 1986, Giovanni Paolo II fu il primo papa a visitare la Sinagoga di Roma: un gesto che segnò una nuova stagione nei rapporti tra ebrei e cattolici.

Oggi il quartiere ebraico di Roma è insieme un luogo di memoria e di vita quotidiana.

Accanto al Tempio Maggiore, che ospita il Museo Ebraico di Roma, le sue strade custodiscono la memoria della comunità e i sapori della cucina ebraica romana, dal carciofo alla giudia alla crostata di visciole.

Vivi la storia del Ghetto di Roma a tavola: prenota da Ba’Ghetto

La storia del Ghetto di Roma è fatta di mura e portoni, ma anche di una comunità che per cinque secoli ha custodito le proprie tradizioni, comprese quelle della tavola. Passeggiare oggi per via del Portico d’Ottavia significa attraversare quella memoria e ritrovarla nei piatti della cucina giudaico-romanesca.

Proprio qui, in Via del Portico d’Ottavia 57, si trova Ba’Ghetto, il più antico ristorante ebraico di Roma, nato dalla passione della famiglia Dabush. La sua cucina unisce tradizione ebraica, romana e mediorientale, con una rigorosa attenzione alle regole della kasherut.

Prenota un tavolo da Ba’Ghetto a Roma e scopri la storia del quartiere attraverso i sapori della cucina kosher giudaico-romanesca.

30.10.26

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